Fabio's profileIl risveglio di Giuda - ...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
Il risveglio di Giuda - nuovo romanzo in lavorazione ^_^ |
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November 25 I QUATTRO DI GEMINI - bozza secondo capitolo ^_^2 I QUATTRO DI GEMINI - bozza primo capitolo ^_^
1SEDUTA sul suo letto di una piazza e mezzo, con indosso solo una camicia di jeans di due taglie più grande, Sharon Parker era fermamente convinta che quella notte niente e nessuno avrebbe potuto intaccare la felicità che provava. I lunghi boccoli castani le cadevano dietro la schiena, i piccoli piedi nudi ondeggiavano nell’aria in un movimento continuo, su e giù, a destra e a sinistra, come se stesse dirigendo un’orchestra sinfonica. Gli occhi neri, con una leggera sfumatura viola, erano concentrati da circa quindici secondi sul viso del suo ragazzo, Mark Conner. In quella notte di fine settembre, il cielo sopra Collinwood era denso di stelle. Una silenziosa calma avvolgeva l’istituto Starlab. L’aria che arrivava dai boschi lì intorno era fresca, pulita. Mark Conner era seduto su una sedia accanto al letto, con indosso un paio di jeans dello stesso colore della camicia indossata da Sharon. Mark era a petto nudo e la fissava serio, impassibile. Si guardavano senza spiccicare una parola, la luce di un abat-jour posto sul comodino accanto al letto illuminava i loro visi immobili, come fossero di pietra. Gli occhi di Sharon iniziarono a socchiudersi. Devo resistere pensò. Lo sforzo stava diventando insostenibile, sulle guance apparvero due piccole fossette, segno tangibile che stava per crollare. Cercò di resistere, si sforzò, tenne duro, ma alla fine cedette, spalancò la bocca e scoppiò a ridere. Si sdraiò sul letto e soffocò la risata pigiando il viso contro il cuscino. Mark sorrise soddisfatto: per la terza volta, quella notte, aveva vinto. Sharon continuava a premere il viso sul cuscino, non riusciva a smettere di ridere e dato che erano le tre del mattino e Mark si trovava nella sua stanza in incognito, non poteva fare troppo rumore. Ci vollero due minuti buoni prima che riuscisse a calmarsi, si sollevò mettendosi nuovamente a sedere sul letto. Respirando a pieni polmoni e ancora ridacchiando guardò Mark, ma nel momento in cui incrociò i suoi occhi azzurri, scoppiò nuovamente a ridere. Afferrò il cuscino e lo sollevò tenendolo premuto sul viso, soffocando nuovamente la risata. Mark scosse la testa sconsolato, ma al tempo stesso divertito dall’euforia mostrata da Sharon. Sharon era seduta con le gambe incrociate, tese in avanti sul letto; con la camicia di jeans di Mark che le scendeva sino a metà coscia e il cuscino sulla faccia che vibrava per le sue risate. Perseverava in quella posizione, incapace di smettere di ridere. Nonostante la camicia le fosse larga, il bottone posto all’altezza del petto era teso, quasi fino a staccarsi. La precaria resistenza della cucitura del bottone era messa a dura prova dal prosperoso seno di Sharon. Un altro minuto trascorso in quella posizione e finalmente Sharon ritrovò la calmata. «Uffa! Non vinco mai!» si lamentò posando il cuscino. Mark sorrise. «Come da accordo, giacché hai perso, rivoglio la mia camicia.» Sharon si sdraiò sulla schiena, con la testa di lato e lo sguardo rivolto verso di lui, distese le gambe incrociandole e lentamente iniziò a sbottonare la camicia partendo dal collo. Un bottone alla volta, facendo passare le dita sotto la stoffa, allontanando i lembi solo qualche centimetro, facendo così intravedere la pelle chiara. Un bottone, un altro, con calma, ondeggiando i fianchi, con movenze così sensuali che Mark deglutì e trattenne il fiato. Sharon sbottonò l’ultimo bottone appena sotto l’inguine e rimase sdraiata con la camicia aperta solo un paio di centimetri, lasciando intravedere le formose curve del seno, il piccolo ombelico e la morbida pelle. «La rivuoi? Vieni a prenderla», lo invitò divertita. Mark non se lo fece ripetere una seconda volta, si alzò dalla sedia e si distese accanto a lei, lentamente le sfilò la camicia e la lanciò sul pavimento ai piedi del letto. La camicia si posò in terra senza far rumore, pochi secondi dopo fu coperta dai jeans di Mark, poi fu la volta dei suoi boxer e dopo qualche secondo planò il reggiseno e il perizoma in pizzo bianco di Sharon. Nel silenzio di quella limpida notte, fecero l’amore per la seconda volta. «Ti amo!» quelle parole sussurrate da Sharon, volteggiarono nel silenzio della stanza rimbalzando contro le pareti, su fino al soffitto e dolcemente andarono a posarsi sulle orecchie di Mark. «Anch’io!» le rispose sollevandosi e baciandola. Sharon era convinta che la gioia, la tranquillità di quel momento, fosse indistruttibile. Il silenzio di quella notte, la pace che avvertiva, la felicità che le faceva venire la pelle d’oca lungo tutta la schiena, niente avrebbe potuto turbare quel momento. Ne era certa! Quel che non sapeva ancora era che la sua certezza era prossima a svanire, inghiottita dal nero sentore di presagio che iniziava a scavare un buco nel profondo della sua mente. Ignorò il momentaneo istante di incertezza che avvertì e si concentrò sul presente. Sdraiata sul letto, accanto al suo Mark, sentire il suo corpo caldo, la sua pelle morbida e profumata, accarezzare i suoi capelli neri; così lucidi che la luce delle stelle che filtrava dalle finestre li faceva splendere. Quel momento così perfetto, così tenero, non poteva essere scalfito da niente. Mark intuì lo stato d’animo di Sharon, capì che era felice, rilassata e approfittò del momento per farle una domanda. «Amore, ti va se riprendiamo il discorso?» Neppure quella domanda riuscì a cambiare l’umore di Sharon. «Quale discorso?» gli domandò fingendo di non ricordare. «Fingi di non capire? Sai a cosa mi riferisco». Rispose e nell’attesa che Sharon escogitava una delle sue scuse per aggirare il discorso si alzò e si rivestì passandole il reggiseno e il perizoma. Poi andò a sedersi sulla sedia accanto al letto. Sharon infilò il reggiseno e il perizoma nel cassetto del comodino, dallo stesso cassetto sfilò un paio di slip di cotone bianco e li indossò. Da sotto il cuscino tirò fuori un pigiama di cotone rosa, con dei pesci azzurri disegnati sulla maglia. «Allora?» le chiese Mark. «Che ore sono?» tentennò lei indossando il pigiama. «Sono le quattro, ma non preoccuparti, ho ancora tempo prima che inizi il mio turno.» Mark Conner lavorava come dipendente allo Starlab, era addetto alle pulizie, il suo turno iniziava alle sei. Sovente, grazie alla complicità di suo fratello Bred Conner, che era a capo della sorveglianza, riusciva ad entrare all’istituto qualche ora prima dell’inizio del suo turno, così da poter passare del tempo con Sharon. «Ehm… ma il discorso è lungo… ne riparliamo un’altra volta?» propose Sharon arricciandosi tra le dita due boccoli, sperando così di riuscire ad intenerire Mark. Ma non riuscì nel suo intento. «Fidati, c’è tempo», la rassicurò speranzoso che quella fosse la volta buona. Si conoscevano da più di un anno. Il loro era stato un incontro casuale, durante un pomeriggio piovoso e spettrale. Quel pomeriggio Mark stava lavando il pavimento di un corridoio dello Starlab, era solo, intento a passare lo straccio, avanti e indietro, fischiettava e strofinava; strofinava e fischiettava quando d’improvviso dalle sue spalle giunse una risata; una dolce risata e girandosi la vide per la prima volta. Sharon Parker aveva ventitré anni, era appoggiata al muro a pochi metri da lui, indossava una tuta blu. Restarono per due ore in quel corridoio, chiacchierarono e scherzarono. Il viso di Sharon incantò Mark, la sua tenera risata, i suoi occhi neri, quel piccolo naso che puntava leggermente all’insù sciolsero il suo cuore facendolo innamorare all’istante di quella ragazza incontrata casualmente nel corridoio. «Amore, riprendiamo il discorso un altro giorno? Per favore», lo supplicò fingendo d’avere sonno. Mark non cedette e deciso più che mai rispose. «No, è troppo tempo che rimandiamo.» Sharon intuì che questa volta non sarebbe riuscita a divincolarsi. Era intelligente, molto intelligente, capiva le cose al volo, tutti glielo ripetevano spesso. E oltre alle sue capacità intellettive, che erano realmente notevoli, si aggiungeva una colorita fantasia. Ancora una volta la sua immaginazione l’aveva portata lì, davanti a quelle due strade. Si trovava di fronte ad un bivio, due strade avevano preso forma nella sua mente, come già le era successo altre volte era giunto il momento di dover decidere quale strada prendere. Nella strada di sinistra ad attenderla c’era il suo Mark e la distanza che doveva percorrere per raggiungerlo era dipesa dal discorso che doveva fargli, dalla sconvolgente verità che doveva dirgli. La strada di destra invece era deserta, una via di fuga facile da imboccare, senza rischi, ben illuminata da lampioni, che le dava l’opportunità di rimandare l’inevitabile. In passato Sharon aveva sempre preso la strada più facile e indolore, la via di fuga, lasciando Mark in attesa. Ormai era giunta alla conclusione che la strada di destra, la via di fuga, altro non era che una strada che compieva un giro circolare riportandola sui propri passi, sempre allo stesso punto, sempre e inesorabilmente davanti al bivio. Anche se Mark la stava mettendo alle strette, la sua felicità non era diminuita per niente, era follemente innamorata di Mark e sapeva per certo che i suoi sentimenti erano ricambiati. «Hai ventiquattro anni», insisté lui, «io ne ho ventotto, secondo te siamo una coppia normale?» Sharon aggrottò le sopracciglia di fronte a quella domanda. «Certo che siamo una coppia normale, perché?» «Guarda camera tua! Non c’è un poster appeso, niente tv, niente radio, ci vediamo solo in questa stanza, non siamo mai andati al cinema, mai a prendere un gelato, mai al ristorante, mai in discoteca, le coppie normali le fanno queste cose… noi no, perché?» Al contrario di Sharon, Mark non era tranquillo, era la prima volta che affrontavano quel discorso e si sentiva agitato. Sharon restò calma e serena. «Noi ci amiamo, questo è più importante di tutto». «Si! È vero, ma come fai a essere sicura del mio amore?» Quella domanda spiazzò Sharon, il suo umore si era leggermente inclinato, ma restava ampiamente allegro e rilassato. «Sono sicura che mi ami, tanto quanto sono sicura del mio nome». Mark prontamente si corresse. «Non intendevo dire che non ti amo, quello che intendevo è che tu sei sempre chiusa in questo posto, non esci mai, mentre io sì, ho degli amici fuori, ho una compagnia, esco la sera, capisci cosa intendo? Come fai a essere sicura di me quando sono fuori da qui?» Con enorme stupore la vide sorridere alle sue parole. «Fidati di me. Se dico che sono sicura del tuo amore, significa che lo sono». Lui s’inginocchiò in terra ponendosi di fronte a lei ai piedi del letto e mise le mani sulle sue calde cosce. «Ti amo sopra ogni altra cosa, se potessi sentire l’amore che provo per te capiresti quello che intendo dire». «Posso» sussurrò lei accarezzandogli il viso. Mark non prestò attenzione a quello che Sharon aveva detto, era troppo preso dal discorso che stava facendo. «Io voglio passare più tempo con te, non solo di notte, anche di giorno, voglio poter andare in giro per la città tenendoti per mano, voglio…» si fermò e la abbracciò poggiando il viso sul suo ventre. «Perché non puoi uscire? Che cosa fai qui? Dammi delle risposte, le merito». In quel momento Sharon capì che non poteva aspettare oltre, era giunto il momento di svelare a Mark tutta la verità. Fece un grosso respiro. «Promettimi che qualsiasi cosa ti dirò, non cambierà niente». Lui sollevò la testa e la guardò negli occhi. «Te lo giuro!» rispose andando prontamente a sedersi al suo fianco sul letto, poi le prese la mano e si fermò a fissarla, in attesa delle sue spiegazioni. Sharon rimase qualche secondo immobile, con lo sguardo fisso verso il pavimento. «Vuoi la versione corta o quella lunga?» domandò allegra. «Prova quella corta» rispose dando una rapida occhiata all’orologio. «Okay…» iniziò Sharon. «…mi trovo qui allo Starlab perché faccio parte del progetto Gemini.» Mark corrugò la fronte. «Una versione un po’ più lunga non l’hai?» «Sì… nel progetto Gemini, oltre a me ci sono altre tre persone». «Più lunga!» «Siamo entrati a far parte del progetto circa un anno fa’» «Di più!» Sharon scoppiò a ridere vedendo l’espressione smarrita di Mark. «Scusa, è che mi diverte un sacco quando fai quella faccia.» Sapeva che quelle risposte non bastavano come spiegazione, non era quello il discorso che aveva in mente per spiegargli tutto, ma aveva bisogno di allentare la tensione che sentiva aleggiare per la stanza. Fece segno a Mark di andare a sedersi sulla sedia e strofinandosi le mani disse: «okay, adesso facciamo sul serio». Mark sorrise e la invitò a parlare. Sharon gli chiese di coprirsi il viso con le mani. «Ancora?» protestò contrariato, intuendo le sue intenzioni. «Non è il momento di giocare a chi ride prima, è il momento delle spiegazioni» le disse. «Se vuoi che ti spiego tutto, devi fare quello che dico, fidati, sarà più facile per me spiegarti ogni cosa se facciamo a modo mio». Un po’ riluttante, Mark si coprì il viso con le mani e abbassò la testa. Sharon fece lo stesso. «Al mio tre, okay?» «Sì.» «Uno… Due… Tre!» Simultaneamente alzarono la testa scoprendo i visi. Mark la fissava impassibile, serio, esattamente come prima. Sharon come le volte precedenti non durò molto e scoppiò a ridere, sdraiandosi sul letto e affondando il viso sul cuscino. «Non vale…» disse ridendo, «l’hai fatto ancora!» Mark non capiva. Sharon si rialzò in lacrime dalle risate e ancora ridendo disse: «quel bambino mi fa’ morire!» Mark spalancò la bocca incredulo. «Quale bambino?» le chiese pur sapendo a cosa si riferisse. «Quel bambino grassottello» rispose sempre più divertita. «Ma…come?» Mark non riusciva a parlare. Sharon si asciugò le lacrime e si soffiò il naso con un fazzoletto che aveva sfilato dalla manica del pigiama con un gesto da mago. «Uffa, tu pensi sempre a quel bambino per non ridere, invece a me fa l’effetto contrario.» Mark era ammutolito, la fissava con occhi sbarrati e la bocca aperta. «Sei sleale, tu pensi sempre a qualcosa di triste per non ridere, ma quella cosa su di me ha l’effetto contrario», gli disse e nel ripensare a quel bambino scoppiò nuovamente a ridere. Mark era sempre pietrificato dallo stupore, non capiva… Tre volte la settimana, andava ad allenare un gruppo di bambini della scuola elementare di Collinwood, insegnava loro a giocare a baseball. Ogni domenica la sua squadra perdeva, nonostante tutto l’impegno che ci metteva, non riusciva a farne una squadra vincente. Il punto debole era Melvin Peterson un bambino grassottello, lento e goffo. Lanciava da far schifo e batteva ancora peggio, ma Mark insisteva a farlo giocare, non voleva estrometterlo dalla squadra solo perché era impedito. Ogni volta che giocava con Sharon a chi rideva per primo, Mark, per restare serio, pensava sempre a quel bambino. L’immagine più frequente che ricordava era quella di una partita giocata qualche mese prima.
Scuola elementare di Collinwood, campo da baseball. La mattina è limpida, la squadra allenata da Mark per la prima volta si trova ad un passo dalla vittoria. I loro avversari sono un gruppo di ragazzi di un’altra scuola elementare. Sono nella parte bassa dell’ottavo inning col punteggio di cinque a cinque. Il grande Melvin, il bambino in questione, è alla battuta, e non viene chiamato grande per le sue imprese sul campo. L’avversario lancia la palla e miracolosamente lui la colpisce bene, anzi a dire il vero la colpisce male, l’ha lanciata rasoterra verso il battitore, ma è comunque una valida. Per sua fortuna l’ha colpita con così tanta forza che il ragazzo sul monte non riesce ad intercettarla, nemmeno il giocatore alle sue spalle la blocca, la palla rimbalzò tranquilla sul terreno senza che nessuno riesca a fermarla. Ora Melvin ha avuto il tempo di fare tranquillamente il giro di tutte e quattro le basi e portare a casa un punto prezioso per la vittoria. Mentre gli avversari corrono disperati verso la palla, lui inizia a correre verso la prima base. Deve raggiungerla prima che un avversario riesca a prendere la palla e a passarla al suo compagno in prima base. Se arriva prima della palla si salva, ma se il difensore in prima riceve la palla prima del suo arrivo, allora sarebbe stato eliminato. C’è anche la possibilità che il difensore, una volta ricevuta la palla lo tocchi prima che lui raggiunga la base, anche in questo caso Melvin sarebbe stato eliminato. La palla sta ancora rotolando sul prato, gli avversari corrono confusi in tutte le direzioni. Melvin ha appena superato incolume la prima base e avanzava verso la seconda. Goffo, lento come non mai, con la cicca che gli balla, con la schiena leggermente inarcata per reggere l’enorme pancia, ma con un sorriso enorme stampato in viso! Il sorriso di chi assapora già la vittoria, il sorriso di chi si sente un eroe. Mark è a bordo campo, tanto incredulo quanto elettrizzato lo incita a squarciagola mentre il bambino corre orgoglioso. Supera anche la seconda base. Ha leggermente rallentato la corsa e da qualche secondo boccheggia. Un avversario ha appena agguantato la palla. A metà strada tra la terza base e casa basa succede l’imprevisto, Melvin inciampa ma non cadde, riesce a restare in piedi e a continuare la corsa. In lontananza un avversario lanciato la palla verso il suo compagno in casa base. Sfortunatamente in seguito allo sbilanciamento, la pancia di Melvin ha iniziato ad ondeggiare contro ritmo, sbilanciandolo ad ogni passo. Tenta con tutte le sue forze di ammortizzare l’ondeggiamento della pancia, ma non vi riusce e cade in avanti, proprio quando era giunto a soli due metri dalla base, ad uno sputo dalla vittoria e a pochi millimetri dalla gloria. «No! Cazzo!» urla Mark. Un avversario riusce a recuperare la palla e la passa al compagno in casa base, che a sua volta tocca Melvin ancora steso a terra, eliminandolo. Tutta la scena è stata molto buffa, i suoi compagni di squadra scoppiano a ridere, Melvin stesso rise di sé, alzandosi e togliendosi la polvere di dosso. Il solo a non ridere è Mark, lui è l’unico a essere rimasto deluso per l’accaduto. Assaporava già la prima vittoria, la prima soddisfazione da allenatore, invece persero la partita e la cosa non lo divertì per niente.
«Ma come fai a sapere…» non riuscì a finire la frase, tanto era sorpreso. Sharon fece dei grossi respiri così da riuscire a calmarsi e poter spiegare tutto a Mark. «Questo è il motivo per cui sono qui», disse una volta tornata seria. Mark scosse la testa confuso. «Faccio parte del progetto Gemini, insieme a Samanta Beller e a due ragazzi.» Mark ascoltava in silenzio, non l’aveva mai vista così seria. «Ti ricordi di Samanta, vero?» Mark sorrise. «Certo che mi ricordo di lei!» Sharon sorrise a sua volta e proseguì. «Tutti e quattro abbiamo dei poteri psichici, riusciamo a leggere il pensiero e a spostare oggetti.» Un brivido scosse la schiena di Mark. Seguì qualche secondo di silenzio. «Riuscite cosa?» disse con occhi sbarrati. «Noi ragazze siamo più predisposte alla lettura del pensiero, al contrario i ragazzi riescono a spostare gli oggetti». Mark ritrovò la forza di parlare. «Avevo sentito delle voci al riguardo, ma non credevo che fossero vere. Ma dici sul serio? Tu riesci a leggere il pensiero degli altri?» «Be’ non proprio, il procedimento è complicato e te lo spiegherò quando avremo più tempo, per adesso ti posso dire che riesco a percepire solo i pensieri di chi mi sta’ vicino o di chi ha un legame con me, ad esempio io e Samanta riusciamo a parlarci col pensiero quasi come se palassimo a voce». La tranquillità di Sharon si era leggermente affievolita e una leggera agitazione aveva prevalso in lei. «Cambia qualcosa per te ora che sai la verità?» domandò mordicchiandosi il labbro superiore. «Assolutamente no!» rispose Mark. «Non cambia niente, sei e sarai sempre la mia piccolina!» «Non chiamarmi piccolina! Sai che non mi piace». «Scusa, non mi riferivo alla tua altezza», rispose ridacchiando. Sharon si finse offesa per qualche secondo, poi sorrise, mentre Mark le chiese altre spiegazioni. «Samanta Beller è l’altra ragazza che fa’ parte del progetto, poi ci sono due ragazzi. Ted Casildin che ha i capelli corti riccioli, è un po’ sovrappeso e ha sempre il sorriso stampato in faccia». «Bo? Forse l’ho incontrato una volta». «Ed infine c’è Lex Kulvich, lui ha i capelli biondi e gli occhi azzurri». «Sì, l’ho visto una volta». «Tutto qua», disse Sharon cercando di sminuire la cosa. Mark insisté, ora che aveva saputo la verità, voleva altri dettagli. «E poi? Cosa vi fanno qui dentro?» «Ci fanno fare degli esercizi per capire il nostro potenziale, vogliono vedere fin dove riusciamo a spingerci e cosa siamo in grado di fare, studiano le nostre frequenze mentali». «Ma fanno esperimenti… strani su di voi?» «No, no, niente del genere, solo una volta tempo fa ci davano un farmaco che serviva per aumentare le nostre capacità mentali, poi hanno interrotto il trattamento perché non erano sicuri degli effetti collaterali, e secondo me era comunque inutile quel farmaco, io riuscivo a fare queste cose molto tempo prima di venire qui». «Caspita! E cosa riesci a fare?» le domandò meravigliato. «Oh, niente di particolare…» rispose con finta indifferenza. «Dai non fare la preziosa». «Okay…» disse Sharon mettendosi comoda sul letto, era contenta di vedere l’interesse di Mark, «…pensa ad una domanda e io ti darò la risposta». Mark si prese qualche secondo. «Pensata». «Certo che ti amo, dai pensa a qualcosa di più complicato». Mark rimase sbalordito, per lui quella era già una cosa difficile. «Fatto!» Sharon sbuffò divertita. «Mi chiamo Sharon Parker, ho ventiquattro anni… Dai, pensa a qualcosa di più difficile, prova ad immaginare una scena, qualcosa che ti piace, qualcosa d’intenso e io te lo descriverò». Mark si prese ancora qualche secondo, immaginò Sharon sdraiata a letto, con solo l’intimo indosso, poi immaginò di sdraiarsi su di lei, sfilarle il reggiseno, accarezzarla, baciarla, si vide mentre le baciava il ventre e al tempo stesso iniziava a sfilarle le mutandine... Sharon lo interruppe imbarazzata. «Ma non quello, maiale!» disse saltandogli in braccio. Scoppiarono a ridere, baciandosi. Con voce calda e carica di desiderio Sharon sussurrò. «Quanto tempo abbiamo?» «Abbastanza!» rispose lui, prendendola in braccio e sdraiandola sul letto. Pochi secondi e il pavimento si riempì nuovamente dei loro vestiti. November 17 Incipit de "Il risveglio di Giuda" Come sarebbe il mondo oggi, se in passato persone ai margini della
storia avessero agito diversamente? Se, poniamo, il cuoco personale di
Napoleone fosse stato corrotto da qualcuno e avesse avvelenato il suo
padrone? O se ancora, l’autista di Hitler avesse avuto una sorta di
rimorso di coscienza dinnanzi alle azione del suo capo e un bel giorno,
mentre portava Adolf da una parte all’altra della Germania, avesse
sterzato d’improvviso infilandosi in un burrone? Spesso sono le persone ai margini della storia, gente insignificante e di secondo livello, che avrebbero potuto fare la differenza. Amedeo Rovere era una persona insignificante e di secondo livello, anzi non era nessuno a ben vedere, un semplice lavoratore (certo in un luogo di lavoro di tutto rispetto e importante s’intende), sposato da poco e senza particolari vizi. Una persona banale al fine di scrivere un pezzo di storia, almeno fino ad ora. Amedeo era una persona talmente insignificante per il mondo che qualcuno si era preso la briga di studiare la sua vita, le sue abitudini, per capire quanto se ne potesse servire per i propri scopi. E quel qualcuno si presentò ad Amedeo la sera del 27 agosto 2010. |
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