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Il risveglio di Giuda - nuovo romanzo in lavorazione ^_^

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Fabio Suraci

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Voglio però ricordarti com'eri, pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi... e che come allora sorridi. CIAO MAMMA.

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November 25

I QUATTRO DI GEMINI - bozza secondo capitolo ^_^

2





L’ACQUA della fontana di Trevi era limpida e fresca, ammucchiate sul fondo l’una sull’altra si potevano scorgere una moltitudine di monete: italiane, francesi, svizzere, americane, inglesi, tedesche, spagnole… monete che avevano il compito di far avverare i desideri della gente che le aveva lanciate dentro la fontana.
    Il cielo sopra Roma quella mattina di fine settembre era limpido. Nonostante l’estate fosse finita da qualche giorno, faceva un caldo asfissiante e l’aria era carica d’umidità, la temperatura era sopra le medie stagionali, c’erano trentaquattro gradi, accompagnati da un tasso d’umidità del sessanta per cento.
    Emily Landen era seduta sul bordo della fontana con i piedi nudi immersi nell’acqua fresca, le sue scarpe da ginnastica beige erano per terra dietro di lei, arruffati al suo interno si trovavano i suoi calzini di spugna bianchi.
    La minigonna di jeans che indossava quel giorno era chiazzata da piccole gocce d’acqua. Gocce che la stessa Emily si era tirata addosso agitando i piedi. Anche la maglietta sbracciata di cotone bianco era punteggiata da piccole gocce.
    La vita frenetica della capitale procedeva come di consuetudine, macchine che andavano e venivano, clacson che suonavano, la gente era intenta a lavorare mentre i turisti come Emily si trovavano nei pressi della fontana.
    A fine settembre i turisti nella capitale erano la metà di quelli che si trovavano lì nel mese d’agosto, tuttavia quell’anno erano di gran numero più numerosi rispetto alla media degli anni passati.
    Emily Landen era Americana, viveva a Los Angeles. Si trovava in Italia da circa due settimane. La sua vacanza stava volgendo al termine e ancora non sapeva cosa ne sarebbe stato della sua vita.
    Seduta sul bordo della fontana continuava ad ondeggiare i piedi nudi nell’acqua, un movimento continuo, su e giù, a destra e a sinistra, come se stesse dirigendo un’orchestra sinfonica.      
    I lunghi boccoli castani le cadevano dietro la schiena, gli occhi neri con una leggera sfumatura di viola erano concentrati a fissare la moneta da mille lire che teneva in mano.
    Di lì a poco avrebbe dovuto lanciarla nella fontana esprimendo un desiderio. Era molto superstiziosa, credeva fortemente in quei magici rituali e non voleva sprecare quella moneta con un desiderio banale.
    No! Emily Landen avrebbe mandato a fondo la moneta solo se fosse riuscita a formulare un desiderio che la soddisfacesse.
    Nonostante si trovasse in Italia in vacanza e nonostante fosse una bella ragazza di ventiquattro anni, il suo sguardo era malinconico.
    Alle poche persone cui aveva comunicato la sua partenza per l’Italia, aveva annunciato che si trattava di una semplice vacanza e che sarebbe partita da sola perché così preferiva.
    Tutto ciò era in parte vero e in parte falso.
    Non era in compagnia di un ragazzo perché lei non aveva un ragazzo. Non era stata accompagnata dai suoi genitori perché il motivo che l’aveva spinta a scappare in Italia riguardava proprio loro. Non era venuta in Italia con un’amica perché le uniche amiche che aveva erano tutte ragazze ricche, viziate e con la puzza sotto il naso, delle bambine troppo cresciute. Anche i suoi genitori erano ricchi e di conseguenza anche lei lo era, ma al contrario delle sue amiche lei non era superficiale o infantile. Le cose più importanti per lei non erano: andare a fare shopping o dall’estetista per la manicure, o comprare l’ultima borsa di Gucci… ad Emily quelle cose non interessavano, lei i suoi soldi li spendeva diversamente.
    Paul e Christine Landen, i suoi genitori, avevano uno studio legale, uno dei più importati studi legali di tutta la costa.
    La paghetta che i suoi mensilmente le versavano sul conto corrente e che Emily riteneva un’esagerazione era di venticinquemila dollari.
    Emily non toccava niente di quei soldi, era sicura che se li avesse usati, un giorno o l’altro suo padre o sua madre glielo avrebbero rinfacciato. Aveva un lavoro col quale si manteneva. Faceva la commessa in un negozio d’abbigliamento. Quel lavoro era per lei un’immensa soddisfazione; le permetteva di essere autosufficiente, di non dover contare sull’aiuto dei suoi e di poter spendere il proprio denaro come voleva.
    Parte del suo stipendio mensile lo usava per comprare il cibo che giornalmente portava al centro d’accoglienza per i senza tetto.
    Ogni giorno arrivava con borse piene di cibarie, si rimboccava le maniche, avvolgeva i capelli in un foulard e aiutava i volontari a cucinare.
    Quella era una cosa che la faceva star bene, che la gratificava molto ma che al tempo stesso le procurava un sacco di problemi con i suoi genitori.
    Loro non approvavano ciò che faceva, erano contrari al fatto che la loro unica figlia lavorasse in un negozio di abbigliamento, o che sprecasse il suo tempo per sfamare quei barboni.
    Suo padre in particolare voleva che Emily frequentasse l’università e che una volta laureatasi in legge andasse a lavorare con loro.
    La sua vacanza-fuga era stata causata da quattro avvenimenti: da una sconvolgente rivelazione, dalla frattura di una gamba, da un trauma cranico e dalla parola “mostro”.
    Tutti questi avvenimenti accaddero tre settimane prima.

    Era una calda sera di fine agosto, Emily era seduta sul divano nel salotto della villa di Beverly Hills dove viveva con i genitori.
    Quella sera stavano nuovamente litigando; ultimamente le liti con i suoi genitori si facevano sempre più violente.
    Emily indossava dei jeans blu scuri, camicia di cotone blu elettrico e scarpe da tennis bianche.
    I litigi con la madre erano solamente verbali, mentre quelli col padre a volte degeneravano in violenza. Emily portava ancora i segni di un litigio avuto la settimana prima, l’occhio destro era circondato da un livido violaceo ed era leggermente gonfio nella parte inferiore.
    Suo padre, seduto sul divano accanto alla moglie, aveva appena terminato di urlarle che non voleva più vederla insieme a quella gente. Sua madre aveva aggiunto che si vergognava di lei. A volte le parole della madre le facevano più male degli schiaffi del padre.
    Per tutta risposta Emily li aveva mandati a quel paese dicendo loro che nessuno le avrebbe proibito di continuare col suo lavoro e con il volontariato.
    A quel punto successe l’inimmaginabile.
    Paul e Christine si guardarono scambiandosi un’occhiata d’intesa. Paul era vestito con un abito elegante grigio scuro, camicia bianca e cravatta azzurra, Christine indossava un tailleur verde mare.    
    Emily comprese che c’era qualcosa di nuovo nell’aria. Di sicuro i suoi ne avevano abbastanza di lei, forse avevano trovato un modo per obbligarla a fare quello che volevano o forse la stavano per cacciare via di casa. Quest’ultima possibilità non dispiaceva per niente ad Emily, andare via di casa significava risolvere alcuni problemi, ma significava anche dover spendere soldi per un affitto e quindi limitare gli aiuti per i senza tetto. Certo poteva sempre usufruire della piccola fortuna che i suoi le avevano versato sul suo conto corrente. Quelli erano soldi che nessuno poteva portarle via, l’unica firma sul conto era sua, i suoi non avevano alcun accesso a quei soldi e quasi sicuramente non erano interessati a toglierglieli. I venticinquemila dollari che le versavano ogni mese, era una miseria per loro, erano convinti di farle un dispetto a darle così poco denaro.
    Ora quella piccola fortuna che da cinque anni era accumulata sul suo conto e che ammontava ad unmilionecinquecentomila dollari, fuori gli interessi, poteva tornarle utile, ma usare quei soldi significava in un certo senso darla vinta ai suoi genitori, che sicuramente se ne sarebbero usciti con frasi tipo: “hai visto che i nostri soldi ti sono serviti? E tu cos’hai fatto per noi?”
    Al diavolo! Pensò. Se serve li userò!
    Suo padre la guardò con un ghigno, come se assaporasse già la vittoria. Sua madre si sistemò comoda sul divano nell’attesa del momento.
    Emily si sentiva piccola di fronte ai suoi, non perché era intimorita da loro, ma percepiva la delusione nel loro sguardo, lei non era stata la figlia che loro sognavano, non erano riusciti a viziarla, a farla diventare come le figlie dei loro amici. Lei era sempre stata una ribelle che faceva le cose a modo suo. Strinse i pugni sulle ginocchia nell’attesa della notizia che pareva ribollire come lava dell’inferno nella bocca del padre.
    Paul Landen fece due colpi di tosse e con una freddezza che quasi la sconvolse più della notizia in sé, le disse che lei non era figlia loro, che l’avevano adottata, addossando a questo il motivo del perché lei fosse così intransigente e così diversa da loro.
    Emily rimase di sasso d’innanzi a quella sconcertante verità, cercò lo sguardo della madre e ne lesse un ghigno di soddisfazione, erano riusciti a farle veramente male. Fino a quella sera attribuiva la freddezza che loro le dimostravano al fatto che lei era così ribelle e poco arrendevole a farsi piegare. Mai avrebbe pensato che in realtà quell’atteggiamento fosse dipeso dal fatto che lei non fosse figlia loro.
   Ora si sentiva ancora più piccola e stava male fisicamente. Aveva un senso di nausea e le girava la testa. Non era quello il modo di comunicare certe notizie! C’erano delle regole da rispettare, rifletteva mentre sentiva un groppo in gola. Esistevano delle frasi giuste da dire come: “scusa se abbiamo aspettato tanto tempo per dirtelo... sei la nostra bambina... ti vogliamo bene...”, eccetera eccetera. Queste erano frasi adatte. Una notizia così importante andava trattata con molto tatto. Mentre suo padre l’aveva usata come arma per ferirla ed era perfettamente riuscito nel suo intento.   
    Gli occhi di Emily si riempirono di lacrime, si coprì il viso per trattenere quello sfogo dentro di sé, non voleva dar loro la soddisfazione di vederla piangere.
    Trascorsero circa due minuti durante i quali suo padre di tanto in tanto dava dei colpetti di tosse per spezzare il silenzio che si era creato intorno a loro. Sua madre si sistemava più comoda provocando un fastidioso rumore di vestito che strofina contro la pelle del divano, ed Emily restava immobile chiana su se stessa con le mani davanti al viso. In quei momenti di silenzio aveva passato in rassegna parte della sua vita, i momenti belli e quelli brutti trascorsi a casa con i suoi. E i primi erano nettamente surclassati dai secondi. Dopo quell’interminabile momento di riflessione, e dopo ancora un paio di colpi di tosse di suo padre, Emily sollevò il capo e levando le mani dal viso trovò la forza di parlare, cercando di pronunciare le parole senza che la voce si spezzasse dall’emozione.     
    «Dove mi avete adottata? Chi sono i miei veri genitori?» disse cingendosi le braccia in grembo.     
    Nonostante si fosse sforzata di sembrare lucida e forte, la voce leggermente tremante aveva svelato il suo vero stato d’animo.
    Suo padre pareva soddisfatto nell’essere riuscito, con quella rivelazione, a farle più male di quanto non fosse riuscito con gli schiaffi. Sua madre infierì maggiormente dicendole che non aveva importanza chi fossero i suoi veri genitori, quello che importava era che lei doveva fare quello che volevano loro.
    ‘Fanculo! Per me è importante! Pensò Emily.
    Entrambi si alzarono con aria vittoriosa, come se avessero appena terminato l’arringa conclusiva di un importante processo e stessero per avanzare verso i giurati convinti di averli in pugno.
    Non provate ad avvicinarvi! Soffocò quel grido nella sua mente, con la rabbia in crescente aumento.
    Paul e Christine Landen fecero un passo nella sua direzione.
    «No!» urlò Emily intimando loro di fermarsi. «Voglio sapere chi sono i miei veri genitori!»
    Nel gridare quella frase iniziò ad avvertire un formicolio alla base della nuca, quella sconvolgente rivelazione aveva risvegliato in lei qualcosa che era rimasto inattivo per tutti quegli anni. Sentiva una rabbia crescere in lei, una sensazione che non riusciva a controllare.
    Paul Landen fece un passo in avanti ma quando incrociò lo sguardo di Emily si bloccò intimorito dall’espressione carica di rabbia dipinta sul suo volto.
    «Non osare avvicinarti!» lo minacciò.
    Quella frase lo fece infuriare: sua figlia che ordinava qualcosa a lui? A lui che era abituato a dare ordini ad altri! A lui che aveva sempre la situazione sotto controllo!
    «Altrimenti?» le rispose avanzando.
    Christine che a sua volta si stava avvicinando disse: «Non ti permettere mai più di rivolgerti a tuo padre in quel modo!»
    Si sentiva sempre più piccola e indifesa, in trappola, si coprì di nuovo il viso e urlò loro di fermarsi ed effettivamente si fermarono entrambi, ma non perché lei glielo avesse ordinato, si erano fermati confusi e disorientati da ciò che vedevano.
    I lunghi capelli di Emily si erano sollevati verso il soffitto, parevano elettrizzati e ondeggiavano come mossi da un’invisibile corrente d’aria.
    Emily stava tremando, quella misteriosa forza che sentiva crescere dentro stava prendendo il sopravvento.
    Mi hanno adottata! Mi hanno adottata! Stava bruciando dalla rabbia.
    Passato quel momento d’indecisione i suoi ripresero ad avvicinarsi.
    Quando Emily sollevò la testa accadde il dramma. Incrociò i loro sguardi e si mise ad urlare. Non voleva che loro si avvicinassero. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per impedirlo. Era pronta ad alzarsi e scappare verso le vetrate che davano in giardino, ma senza rendersene conto stava usando i suoi poteri.
    Sua madre fu sollevata in aria e scagliata contro la parete, cadendo pesantemente a terra e fratturandosi la gamba destra che si piegò all’indietro in modo innaturale. Suo padre fu lanciato contro la credenza battendo la testa e procurandosi un trauma cranico.
    Emily sgranò gli occhi di fronte a quella scena. Si rese conto che era stata opera sua, ma non capiva come tutto ciò fosse stato possibile, non voleva fare del male ai suoi genitori.
    Pentita e spaventata da ciò che aveva fatto si alzò piangendo dal divano e corse in loro soccorso singhiozzando una raffica di: «Scusatemi... non volevo... non capisco cosa... come... scusatemi vi prego...».
    Asciugò le lacrime sulla manica della camicia e tirò su col naso mentre si avvicinava a sua madre.
    Si bloccò quando sentì Christine Landen urlare, dapprima parevano solo grida di dolore poi le grida divennero parole. «Mostro! Sei un mostro!»
    «Scusami Mamma non volevo... scusami...». Cercò di giustificarsi piangendo.
    «Vattene! Vattene via e non tornare mai più. Mostro!»
    Le parole di sua madre la colpirono dritta al cuore, anche se loro non erano i suoi veri genitori erano comunque i soli genitori che avesse mai conosciuto e anche se si erano sempre mostrati freddi e violenti nei suoi confronti, non si meritavano una simile punizione. Non voleva fare quello che aveva fatto, non voleva far loro del male. Ma pensò che forse le parole di sua madre erano vere, forse era d’avvero un mostro! Solo una persona spregevole poteva compiere una tale mostruosità.
    «Mostro!» urlò di nuovo sua madre additandola terrorizzata.
    Emily si trovò davanti ad un bivio: a sinistra c’erano i suoi genitori; suo padre era seduto interra con la schiena appoggiata al muro privo di conoscenza, con la testa inclinata verso destra e un rivolo di sangue che scendeva da sotto i capelli; sua madre era a terra sulla parete opposta che la fissava terrorizzata come se avesse davanti una strega. A destra si trovava la vetrata che dava in giardino, una via di fuga.
    Si chiese quale strada doveva prendere, quella di sinistra dove ad attenderla c’era l’ira dei suoi genitori o quella di destra che le avrebbe dato l’occasione di scappare da quella stanza e da quella vita?
    Dopo un istante d’esitazione scelse. Volse uno sguardo d’addio verso la madre e si voltò, aprì le vetrate e corse in giardino verso l’uscita.
    L’ultima cosa che sentì fu la parola ‘Mostro!’ urlata da sua madre.
    Corse via piangendo, in preda ad una crisi di nervi che a stento riusciva a controllare. Girò intorno alla piscina ed iniziò ad attraversare l’immenso giardino che circondava la villa.
    In quella notte senza luna il giardino era illuminato da piccoli lampioni sparpagliati qua e là.      
    Inconsapevolmente Emily distrusse ogni oggetto che si trovava davanti.
    La prima a venire spazzata via fu una sdraio, Emily aveva fatto un gesto con la mano, come se avesse dato uno schiaffo all’aria e la sdraio venne sollevata da una forza misteriosa, andando a fracassarsi contro il tronco di un pino a pochi metri di distanza. Un’altro schiaffo e volò via un gazebo con relativo tavolo in legno e sedie. Qualcos’altro le sbarrava la strada a non più di dieci metri di distanza; erano otto sculture: Biancaneve e i sette nani. I simpatici protagonisti della Disney si trovavano tutti in fila esattamente come lei li aveva sistemati con tanto amore quando era ancora una bambina.
    Un tempo i colori degli abiti e della pelle delle statue era vivace e raggiante, mentre adesso, dopo anni trascorsi sotto il sole della California e bagnati dalle piogge stagionali, quei colori si erano spenti, scuriti in alcuni punti e sbiaditi in altri. Ma il volto degli otto amici restava sempre gioioso. Emily era troppo sconvolta per preoccuparsi di capire cosa stava per distruggere e senza pensarci agitò le mani in avanti come se indicasse ad una marea di persone di spostarsi per farla passare.
    La folla si aprì, la prima a scansarsi fu Biancaneve che fu scaraventata ad una decina di metri e si fracassò in terra. Poi furono sollevati e lanciati via insieme: Dotto, Gongolo e Mammolo che andarono a sfasciarsi contro i cocci della povera Biancaneve. Poi Brontolo ed Eolo che vennero lanciati interi dentro la fronda di una grande quercia e ne uscirono in minuscole briciole, Pisolo atterrò sul bordo in marmo della piscina e vi finì dentro in mille pezzi affondando nell’acqua. Ed infine toccò a Cucciolo che venne lanciato in verticale verso le stelle come lo Shuttle al via di una missione spaziale e si disintegrò come un fuoco d’artificio.    
    Emily arrivò sconvolta davanti al massiccio cancello di ferro battuto e si fermò a fissarlo qualche istante. Aveva il fiatone, la camicetta era madida di sudore, era stanca ma l’unica cosa che desiderava era di allontanarsi il più possibile da quella casa.
    Tese le mani in avanti verso il cancello e in pochi istanti questi si contorse e si arricciò verso l’esterno, come fosse fatto di pasta frolla. Emily passò in mezzo al varco che si era aperta, corse verso il suo Maggiolino Volkswagen arancio sbiadito, che aveva qualche anno in meno di lei e se ne stava tranquillo ad attenderla parcheggiato dall’altro lato della strada. Vi salì, l’accese e partì a tutta velocità, le vecchie gomme fischiarono sull’asfalto e il motore urlò tanto che sembrò lamentarsi: “Ehi vacci piano con quel pedale, siamo nervosette éh?”
    Quello fu l’inizio di tutto.


Continua…

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I QUATTRO DI GEMINI - bozza primo capitolo ^_^

1



SEDUTA sul suo letto di una piazza e mezzo, con indosso solo una camicia di jeans di due taglie più grande, Sharon Parker era fermamente convinta che quella notte niente e nessuno avrebbe potuto intaccare la felicità che provava.

    I lunghi boccoli castani le cadevano dietro la schiena, i piccoli piedi nudi ondeggiavano nell’aria in un movimento continuo, su e giù, a destra e a sinistra, come se stesse dirigendo un’orchestra sinfonica. Gli occhi neri, con una leggera sfumatura viola, erano concentrati da circa quindici secondi sul viso del suo ragazzo, Mark Conner.

    In quella notte di fine settembre, il cielo sopra Collinwood era denso di stelle. Una silenziosa calma avvolgeva l’istituto Starlab. L’aria che arrivava dai boschi lì intorno era fresca, pulita.

    Mark Conner era seduto su una sedia accanto al letto, con indosso un paio di jeans dello stesso colore della camicia indossata da Sharon.

    Mark era a petto nudo e la fissava serio, impassibile.

    Si guardavano senza spiccicare una parola, la luce di un abat-jour posto sul comodino accanto al letto illuminava i loro visi immobili, come fossero di pietra.

    Gli occhi di Sharon iniziarono a socchiudersi. Devo resistere pensò.

    Lo sforzo stava diventando insostenibile, sulle guance apparvero due piccole fossette, segno tangibile che stava per crollare. Cercò di resistere, si sforzò, tenne duro, ma alla fine cedette, spalancò la bocca e scoppiò a ridere.

    Si sdraiò sul letto e soffocò la risata pigiando il viso contro il cuscino.

    Mark sorrise soddisfatto: per la terza volta, quella notte, aveva vinto.

    Sharon continuava a premere il viso sul cuscino, non riusciva a smettere di ridere e dato che erano le tre del mattino e Mark si trovava nella sua stanza in incognito, non poteva fare troppo rumore.

    Ci vollero due minuti buoni prima che riuscisse a calmarsi, si sollevò mettendosi nuovamente a sedere sul letto. Respirando a pieni polmoni e ancora ridacchiando guardò Mark, ma nel momento in cui incrociò i suoi occhi azzurri, scoppiò nuovamente a ridere. Afferrò il cuscino e lo sollevò tenendolo premuto sul viso, soffocando nuovamente la risata.

    Mark scosse la testa sconsolato, ma al tempo stesso divertito dall’euforia mostrata da Sharon.

    Sharon era seduta con le gambe incrociate, tese in avanti sul letto; con la camicia di jeans di Mark che le scendeva sino a metà coscia e il cuscino sulla faccia che vibrava per le sue risate. Perseverava in quella posizione, incapace di smettere di ridere.

    Nonostante la camicia le fosse larga, il bottone posto all’altezza del petto era teso, quasi fino a staccarsi. La precaria resistenza della cucitura del bottone era messa a dura prova dal prosperoso seno di Sharon.

    Un altro minuto trascorso in quella posizione e finalmente Sharon ritrovò la calmata. «Uffa! Non vinco mai!» si lamentò posando il cuscino.

    Mark sorrise. «Come da accordo, giacché hai perso, rivoglio la mia camicia.»

    Sharon si sdraiò sulla schiena, con la testa di lato e lo sguardo rivolto verso di lui, distese le gambe incrociandole e lentamente iniziò a sbottonare la camicia partendo dal collo.

    Un bottone alla volta, facendo passare le dita sotto la stoffa, allontanando i lembi solo qualche centimetro, facendo così intravedere la pelle chiara. Un bottone, un altro, con calma, ondeggiando i fianchi, con movenze così sensuali che Mark deglutì e trattenne il fiato.

    Sharon sbottonò l’ultimo bottone appena sotto l’inguine e rimase sdraiata con la camicia aperta solo un paio di centimetri, lasciando intravedere le formose curve del seno, il piccolo ombelico e la morbida pelle.

     «La rivuoi? Vieni a prenderla», lo invitò divertita.

    Mark non se lo fece ripetere una seconda volta, si alzò dalla sedia e si distese accanto a lei, lentamente le sfilò la camicia e la lanciò sul pavimento ai piedi del letto.

    La camicia si posò in terra senza far rumore, pochi secondi dopo fu coperta dai jeans di Mark, poi fu la volta dei suoi boxer e dopo qualche secondo planò il reggiseno e il perizoma in pizzo bianco di Sharon.

    Nel silenzio di quella limpida notte, fecero l’amore per la seconda volta.

    «Ti amo!» quelle parole sussurrate da Sharon, volteggiarono nel silenzio della stanza rimbalzando contro le pareti, su fino al soffitto e dolcemente andarono a posarsi sulle orecchie di Mark.

    «Anch’io!» le rispose sollevandosi e baciandola.

    Sharon era convinta che la gioia, la tranquillità di quel momento, fosse indistruttibile. Il silenzio di quella notte, la pace che avvertiva, la felicità che le faceva venire la pelle d’oca lungo tutta la schiena, niente avrebbe potuto turbare quel momento.

    Ne era certa! Quel che non sapeva ancora era che la sua certezza era prossima a svanire, inghiottita dal nero sentore di presagio che iniziava a scavare un buco nel profondo della sua mente. Ignorò il momentaneo istante di incertezza che avvertì e si concentrò sul presente.

    Sdraiata sul letto, accanto al suo Mark, sentire il suo corpo caldo, la sua pelle morbida e profumata, accarezzare i suoi capelli neri; così lucidi che la luce delle stelle che filtrava dalle finestre li faceva splendere.

    Quel momento così perfetto, così tenero, non poteva essere scalfito da niente.

    Mark intuì lo stato d’animo di Sharon, capì che era felice, rilassata e approfittò del momento per farle una domanda. «Amore, ti va se riprendiamo il discorso?»

    Neppure quella domanda riuscì a cambiare l’umore di Sharon. «Quale discorso?» gli domandò fingendo di non ricordare.

    «Fingi di non capire? Sai a cosa mi riferisco». Rispose e nell’attesa che Sharon escogitava una delle sue scuse per aggirare il discorso si alzò e si rivestì passandole il reggiseno e il perizoma. Poi andò a sedersi sulla sedia accanto al letto.

    Sharon infilò il reggiseno e il perizoma nel cassetto del comodino, dallo stesso cassetto sfilò un paio di slip di cotone bianco e li indossò. Da sotto il cuscino tirò fuori un pigiama di cotone rosa, con dei pesci azzurri disegnati sulla maglia. 

    «Allora?» le chiese Mark.

    «Che ore sono?» tentennò lei indossando il pigiama.

    «Sono le quattro, ma non preoccuparti, ho ancora tempo prima che inizi il mio turno.»

    Mark Conner lavorava come dipendente allo Starlab, era addetto alle pulizie, il suo turno iniziava alle sei. Sovente, grazie alla complicità di suo fratello Bred Conner, che era a capo della sorveglianza, riusciva ad entrare all’istituto qualche ora prima dell’inizio del suo turno, così da poter passare del tempo con Sharon.

    «Ehm… ma il discorso è lungo… ne riparliamo un’altra volta?» propose Sharon arricciandosi tra le dita due boccoli, sperando così di riuscire ad intenerire Mark. Ma non riuscì nel suo intento.

    «Fidati, c’è tempo», la rassicurò speranzoso che quella fosse la volta buona.

    Si conoscevano da più di un anno. Il loro era stato un incontro casuale, durante un pomeriggio piovoso e spettrale.

    Quel pomeriggio Mark stava lavando il pavimento di un corridoio dello Starlab, era solo, intento a passare lo straccio, avanti e indietro, fischiettava e strofinava; strofinava e fischiettava quando d’improvviso dalle sue spalle giunse una risata; una dolce risata e girandosi la vide per la prima volta.

    Sharon Parker aveva ventitré anni, era appoggiata al muro a pochi metri da lui, indossava una tuta blu.

    Restarono per due ore in quel corridoio, chiacchierarono e scherzarono. Il viso di Sharon incantò Mark, la sua tenera risata, i suoi occhi neri, quel piccolo naso che puntava leggermente all’insù sciolsero il suo cuore facendolo innamorare all’istante di quella ragazza incontrata casualmente nel corridoio.

    «Amore, riprendiamo il discorso un altro giorno? Per favore», lo supplicò fingendo d’avere sonno.

    Mark non cedette e deciso più che mai rispose. «No, è troppo tempo che rimandiamo.»

    Sharon intuì che questa volta non sarebbe riuscita a divincolarsi. Era intelligente, molto intelligente, capiva le cose al volo, tutti glielo ripetevano spesso. E oltre alle sue capacità intellettive, che erano realmente notevoli, si aggiungeva una colorita fantasia. Ancora una volta la sua immaginazione l’aveva portata lì, davanti a quelle due strade. Si trovava di fronte ad un bivio, due strade avevano preso forma nella sua mente, come già le era successo altre volte era giunto il momento di dover decidere quale strada prendere.

    Nella strada di sinistra ad attenderla c’era il suo Mark e la distanza che doveva percorrere per raggiungerlo era dipesa dal discorso che doveva fargli, dalla sconvolgente verità che doveva dirgli.

La strada di destra invece era deserta, una via di fuga facile da imboccare, senza rischi, ben illuminata da lampioni, che le dava l’opportunità di rimandare l’inevitabile.

    In passato Sharon aveva sempre preso la strada più facile e indolore, la via di fuga, lasciando Mark in attesa.

    Ormai era giunta alla conclusione che la strada di destra, la via di fuga, altro non era che una strada che compieva un giro circolare riportandola sui propri passi, sempre allo stesso punto, sempre e inesorabilmente davanti al bivio.

    Anche se Mark la stava mettendo alle strette, la sua felicità non era diminuita per niente, era follemente innamorata di Mark e sapeva per certo che i suoi sentimenti erano ricambiati.

    «Hai ventiquattro anni», insisté lui, «io ne ho ventotto, secondo te siamo una coppia normale?»

Sharon aggrottò le sopracciglia di fronte a quella domanda. «Certo che siamo una coppia normale, perché?»

    «Guarda camera tua! Non c’è un poster appeso, niente tv, niente radio, ci vediamo solo in questa stanza, non siamo mai andati al cinema, mai a prendere un gelato, mai al ristorante, mai in discoteca, le coppie normali le fanno queste cose… noi no, perché?»

    Al contrario di Sharon, Mark non era tranquillo, era la prima volta che affrontavano quel discorso e si sentiva agitato.

    Sharon restò calma e serena. «Noi ci amiamo, questo è più importante di tutto».

    «Si! È vero, ma come fai a essere sicura del mio amore?»

    Quella domanda spiazzò Sharon, il suo umore si era leggermente inclinato, ma restava ampiamente allegro e rilassato.

    «Sono sicura che mi ami, tanto quanto sono sicura del mio nome».

    Mark prontamente si corresse. «Non intendevo dire che non ti amo, quello che intendevo è che tu sei sempre chiusa in questo posto, non esci mai, mentre io sì, ho degli amici fuori, ho una compagnia, esco la sera, capisci cosa intendo? Come fai a essere sicura di me quando sono fuori da qui?»

    Con enorme stupore la vide sorridere alle sue parole.

    «Fidati di me. Se dico che sono sicura del tuo amore, significa che lo sono».

    Lui s’inginocchiò in terra ponendosi di fronte a lei ai piedi del letto e mise le mani sulle sue calde cosce. «Ti amo sopra ogni altra cosa, se potessi sentire l’amore che provo per te capiresti quello che intendo dire».

    «Posso» sussurrò lei accarezzandogli il viso.

    Mark non prestò attenzione a quello che Sharon aveva detto, era troppo preso dal discorso che stava facendo. «Io voglio passare più tempo con te, non solo di notte, anche di giorno, voglio poter andare in giro per la città tenendoti per mano, voglio…» si fermò e la abbracciò poggiando il viso sul suo ventre.

    «Perché non puoi uscire? Che cosa fai qui? Dammi delle risposte, le merito».

    In quel momento Sharon capì che non poteva aspettare oltre, era giunto il momento di svelare a Mark tutta la verità.

    Fece un grosso respiro. «Promettimi che qualsiasi cosa ti dirò, non cambierà niente».

    Lui sollevò la testa e la guardò negli occhi. «Te lo giuro!» rispose andando prontamente a sedersi al suo fianco sul letto, poi le prese la mano e si fermò a fissarla, in attesa delle sue spiegazioni. 

    Sharon rimase qualche secondo immobile, con lo sguardo fisso verso il pavimento.

    «Vuoi la versione corta o quella lunga?» domandò allegra.

    «Prova quella corta» rispose dando una rapida occhiata all’orologio.

    «Okay…» iniziò Sharon. «…mi trovo qui allo Starlab perché faccio parte del progetto Gemini.»

    Mark corrugò la fronte. «Una versione un po’ più lunga non l’hai?»

    «Sì… nel progetto Gemini, oltre a me ci sono altre tre persone».

    «Più lunga!»

    «Siamo entrati a far parte del progetto circa un anno fa’»

    «Di più!»

    Sharon scoppiò a ridere vedendo l’espressione smarrita di Mark. «Scusa, è che mi diverte un sacco quando fai quella faccia.» Sapeva che quelle risposte non bastavano come spiegazione, non era quello il discorso che aveva in mente per spiegargli tutto, ma aveva bisogno di allentare la tensione che sentiva aleggiare per la stanza.

    Fece segno a Mark di andare a sedersi sulla sedia e strofinandosi le mani disse: «okay, adesso facciamo sul serio».

    Mark sorrise e la invitò a parlare. Sharon gli chiese di coprirsi il viso con le mani.

    «Ancora?» protestò contrariato, intuendo le sue intenzioni. «Non è il momento di giocare a chi ride prima, è il momento delle spiegazioni» le disse.

    «Se vuoi che ti spiego tutto, devi fare quello che dico, fidati, sarà più facile per me spiegarti ogni cosa se facciamo a modo mio».

    Un po’ riluttante, Mark si coprì il viso con le mani e abbassò la testa.

    Sharon fece lo stesso. «Al mio tre, okay?»

    «Sì.»

    «Uno… Due… Tre!»

    Simultaneamente alzarono la testa scoprendo i visi. Mark la fissava impassibile, serio, esattamente come prima. Sharon come le volte precedenti non durò molto e scoppiò a ridere, sdraiandosi sul letto e affondando il viso sul cuscino.

    «Non vale…» disse ridendo, «l’hai fatto ancora!»

    Mark non capiva.

    Sharon si rialzò in lacrime dalle risate e ancora ridendo disse: «quel bambino mi fa’ morire!»

    Mark spalancò la bocca incredulo. «Quale bambino?» le chiese pur sapendo a cosa si riferisse.

    «Quel bambino grassottello» rispose sempre più divertita.

    «Ma…come?» Mark non riusciva a parlare. Sharon si asciugò le lacrime e si soffiò il naso con un fazzoletto che aveva sfilato dalla manica del pigiama con un gesto da mago.

    «Uffa, tu pensi sempre a quel bambino per non ridere, invece a me fa l’effetto contrario.»

    Mark era ammutolito, la fissava con occhi sbarrati e la bocca aperta.

    «Sei sleale, tu pensi sempre a qualcosa di triste per non ridere, ma quella cosa su di me ha l’effetto contrario», gli disse e nel ripensare a quel bambino scoppiò nuovamente a ridere.

    Mark era sempre pietrificato dallo stupore, non capiva…

    Tre volte la settimana, andava ad allenare un gruppo di bambini della scuola elementare di Collinwood, insegnava loro a giocare a baseball.

    Ogni domenica la sua squadra perdeva, nonostante tutto l’impegno che ci metteva, non riusciva a farne una squadra vincente. Il punto debole era Melvin Peterson un bambino grassottello, lento e goffo.

    Lanciava da far schifo e batteva ancora peggio, ma Mark insisteva a farlo giocare, non voleva estrometterlo dalla squadra solo perché era impedito.

    Ogni volta che giocava con Sharon a chi rideva per primo, Mark, per restare serio, pensava sempre a quel bambino. L’immagine più frequente che ricordava era quella di una partita giocata qualche mese prima.

 

    Scuola elementare di Collinwood, campo da baseball.

    La mattina è limpida, la squadra allenata da Mark per la prima volta si trova ad un passo dalla vittoria. I loro avversari sono un gruppo di ragazzi di un’altra scuola elementare. Sono nella parte bassa dell’ottavo inning col punteggio di cinque a cinque.

    Il grande Melvin, il bambino in questione, è alla battuta, e non viene chiamato grande per le sue imprese sul campo. L’avversario lancia la palla e miracolosamente lui la colpisce bene, anzi a dire il vero la colpisce male, l’ha lanciata rasoterra verso il battitore, ma è comunque una valida. Per sua fortuna l’ha colpita con così tanta forza che il ragazzo sul monte non riesce ad intercettarla, nemmeno il giocatore alle sue spalle la blocca, la palla rimbalzò tranquilla sul terreno senza che nessuno riesca a fermarla. Ora Melvin ha avuto il tempo di fare tranquillamente il giro di tutte e quattro le basi e portare a casa un punto prezioso per la vittoria.

    Mentre gli avversari corrono disperati verso la palla, lui inizia a correre verso la prima base.

    Deve raggiungerla prima che un avversario riesca a prendere la palla e a passarla al suo compagno in prima base. Se arriva prima della palla si salva, ma se il difensore in prima riceve la palla prima del suo arrivo, allora sarebbe stato eliminato. C’è anche la possibilità che il difensore, una volta ricevuta la palla lo tocchi prima che lui raggiunga la base, anche in questo caso Melvin sarebbe stato eliminato.

    La palla sta ancora rotolando sul prato, gli avversari corrono confusi in tutte le direzioni. Melvin ha appena superato incolume la prima base e avanzava verso la seconda. Goffo, lento come non mai, con la cicca che gli balla, con la schiena leggermente inarcata per reggere l’enorme pancia, ma con un sorriso enorme stampato in viso! Il sorriso di chi assapora già la vittoria, il sorriso di chi si sente un eroe.

    Mark è a bordo campo, tanto incredulo quanto elettrizzato lo incita a squarciagola mentre il bambino corre orgoglioso.

    Supera anche la seconda base. Ha leggermente rallentato la corsa e da qualche secondo boccheggia. Un avversario ha appena agguantato la palla.

    A metà strada tra la terza base e casa basa succede l’imprevisto, Melvin inciampa ma non cadde, riesce a restare in piedi e a continuare la corsa.

    In lontananza un avversario lanciato la palla verso il suo compagno in casa base. Sfortunatamente in seguito allo sbilanciamento, la pancia di Melvin ha iniziato ad ondeggiare contro ritmo, sbilanciandolo ad ogni passo.

    Tenta con tutte le sue forze di ammortizzare l’ondeggiamento della pancia, ma non vi riusce e cade in avanti, proprio quando era giunto a soli due metri dalla base, ad uno sputo dalla vittoria e a pochi millimetri dalla gloria.

    «No! Cazzo!» urla Mark.

    Un avversario riusce a recuperare la palla e la passa al compagno in casa base, che a sua volta tocca Melvin ancora steso a terra, eliminandolo.

    Tutta la scena è stata molto buffa, i suoi compagni di squadra scoppiano a ridere, Melvin stesso rise di sé, alzandosi e togliendosi la polvere di dosso.

    Il solo a non ridere è Mark, lui è l’unico a essere rimasto deluso per l’accaduto.

    Assaporava già la prima vittoria, la prima soddisfazione da allenatore, invece persero la partita e la cosa non lo divertì per niente.

 

«Ma come fai a sapere…» non riuscì a finire la frase, tanto era sorpreso. Sharon fece dei grossi respiri così da riuscire a calmarsi e poter spiegare tutto a Mark.

    «Questo è il motivo per cui sono qui», disse una volta tornata seria. Mark scosse la testa confuso.

«Faccio parte del progetto Gemini, insieme a Samanta Beller e a due ragazzi.»

    Mark ascoltava in silenzio, non l’aveva mai vista così seria.

    «Ti ricordi di Samanta, vero?»

    Mark sorrise. «Certo che mi ricordo di lei!»

    Sharon sorrise a sua volta e proseguì. «Tutti e quattro abbiamo dei poteri psichici, riusciamo a leggere il pensiero e a spostare oggetti.»

    Un brivido scosse la schiena di Mark. Seguì qualche secondo di silenzio.

    «Riuscite cosa?» disse con occhi sbarrati.

    «Noi ragazze siamo più predisposte alla lettura del pensiero, al contrario i ragazzi riescono a spostare gli oggetti».

    Mark ritrovò la forza di parlare. «Avevo sentito delle voci al riguardo, ma non credevo che fossero vere. Ma dici sul serio? Tu riesci a leggere il pensiero degli altri?»

    «Be’ non proprio, il procedimento è complicato e te lo spiegherò quando avremo più tempo, per adesso ti posso dire che riesco a percepire solo i pensieri di chi mi sta’ vicino o di chi ha un legame con me, ad esempio io e Samanta riusciamo a parlarci col pensiero quasi come se palassimo a voce».

    La tranquillità di Sharon si era leggermente affievolita e una leggera agitazione aveva prevalso in lei. «Cambia qualcosa per te ora che sai la verità?» domandò mordicchiandosi il labbro superiore.

    «Assolutamente no!» rispose Mark. «Non cambia niente, sei e sarai sempre la mia piccolina!»

    «Non chiamarmi piccolina! Sai che non mi piace».

    «Scusa, non mi riferivo alla tua altezza», rispose ridacchiando.

    Sharon si finse offesa per qualche secondo, poi sorrise, mentre Mark le chiese altre spiegazioni.

    «Samanta Beller è l’altra ragazza che fa’ parte del progetto, poi ci sono due ragazzi. Ted Casildin che ha i capelli corti riccioli, è un po’ sovrappeso e ha sempre il sorriso stampato in faccia».

    «Bo? Forse l’ho incontrato una volta».

    «Ed infine c’è Lex Kulvich, lui ha i capelli biondi e gli occhi azzurri».

    «Sì, l’ho visto una volta».

    «Tutto qua», disse Sharon cercando di sminuire la cosa.

    Mark insisté, ora che aveva saputo la verità, voleva altri dettagli. «E poi? Cosa vi fanno qui dentro?»

    «Ci fanno fare degli esercizi per capire il nostro potenziale, vogliono vedere fin dove riusciamo a spingerci e cosa siamo in grado di fare, studiano le nostre frequenze mentali».

    «Ma fanno esperimenti… strani su di voi?»

    «No, no, niente del genere, solo una volta tempo fa ci davano un farmaco che serviva per aumentare le nostre capacità mentali, poi hanno interrotto il trattamento perché non erano sicuri degli effetti collaterali, e secondo me era comunque inutile quel farmaco, io riuscivo a fare queste cose molto tempo prima di venire qui».

    «Caspita! E cosa riesci a fare?» le domandò meravigliato.

    «Oh, niente di particolare…» rispose con finta indifferenza.

    «Dai non fare la preziosa».

     «Okay…» disse Sharon mettendosi comoda sul letto, era contenta di vedere l’interesse di Mark, «…pensa ad una domanda e io ti darò la risposta».

    Mark si prese qualche secondo. «Pensata».

    «Certo che ti amo, dai pensa a qualcosa di più complicato».

    Mark rimase sbalordito, per lui quella era già una cosa difficile. «Fatto!»

    Sharon sbuffò divertita. «Mi chiamo Sharon Parker, ho ventiquattro anni… Dai, pensa a qualcosa di più difficile, prova ad immaginare una scena, qualcosa che ti piace, qualcosa d’intenso e io te lo descriverò».

    Mark si prese ancora qualche secondo, immaginò Sharon sdraiata a letto, con solo l’intimo indosso, poi immaginò di sdraiarsi su di lei, sfilarle il reggiseno, accarezzarla, baciarla, si vide mentre le baciava il ventre e al tempo stesso iniziava a sfilarle le mutandine... Sharon lo interruppe imbarazzata.

    «Ma non quello, maiale!» disse saltandogli in braccio. Scoppiarono a ridere, baciandosi.

    Con voce calda e carica di desiderio Sharon sussurrò. «Quanto tempo abbiamo?»

    «Abbastanza!» rispose lui, prendendola in braccio e sdraiandola sul letto.

    Pochi secondi e il pavimento si riempì nuovamente dei loro vestiti.   


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SPEAK

SPEAK - Laurie Halse Anderson: in fase di lettura...


November 17

Incipit de "Il risveglio di Giuda"

Come sarebbe il mondo oggi, se in passato persone ai margini della storia avessero agito diversamente? Se, poniamo, il cuoco personale di Napoleone fosse stato corrotto da qualcuno e avesse avvelenato il suo padrone? O se ancora, l’autista di Hitler avesse avuto una sorta di rimorso di coscienza dinnanzi alle azione del suo capo e un bel giorno, mentre portava Adolf da una parte all’altra della Germania, avesse sterzato d’improvviso infilandosi in un burrone?
Spesso sono le persone ai margini della storia, gente insignificante e di secondo livello, che avrebbero potuto fare la differenza.
Amedeo Rovere era una persona insignificante e di secondo livello, anzi non era nessuno a ben vedere, un semplice lavoratore (certo in un luogo di lavoro di tutto rispetto e importante s’intende), sposato da poco e senza particolari vizi. Una persona banale al fine di scrivere un pezzo di storia, almeno fino ad ora.
Amedeo era una persona talmente insignificante per il mondo che qualcuno si era preso la briga di studiare la sua vita, le sue abitudini, per capire quanto se ne potesse servire per i propri scopi. E quel qualcuno si presentò ad Amedeo la sera del 27 agosto 2010.
November 10

Inchiesta su Gesù - Corrado Augias, Mauro Pesce

Inchiesta su Gesù - Corrado Augias, Mauro Pesce: Molto interessante come libro. Ti permette di avere una visione storica dei fatti riportati neutrale alla Chiesa. Illuminante ^_^



 

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